La vita è un arco teso

Brani presi quà e là ...

Il vento è cessato di colpo dopo aver cancellato, nella notte, un po’ di storia degli uomini. Mario guarda le sue mani e non le riconosce, le sente nemiche, strumento di morte. Le rigira sotto la luce strofinandole tra loro. Ha gli occhi fissi sulla macchia di luce, come vedesse un film dove violenza e felicità non gli appartengono. Quella luce, nella stanza, svanisce. Non racconta più la storia di nessuno né rievoca fantasmi. E questo va bene per sopravvivere una notte di più. Ripensa alla notte appena passata, uguale a tante altre, quando i suoi fantasmi si liberano e riempiono il silenzio di grida soffocate. Arriva il primo bagliore dell’alba. La voce della radio racconta la ricostruzione del dopoguerra con lo stesso tono di quella del regime,


… Dopo aver ucciso Alessandra, aveva conosciuto Franca che lo aveva accolto con un trasporto sincero. Vivere sola in città l’aveva riarsa d’affetto, resa vulnerabile al sorriso di estranei. Mario l’aveva notata e la guardava con voluta indifferenza, come faceva di solito. La studiava cercando di non spaventarla.
Franca non restava indifferente.
   “C’è qualcosa di strano in lei,” pensava Mario senza sapere che averne tenerezza era un poco sottovalutarla.
   La dolce aggressività che dettava il ripetuto voltare lo sguardo verso Mario lo metteva in imbarazzo. Per uscire dall’impaccio si era avvicinato a Franca cercando una scusa banale. Pochi convenevoli e un invito a cena.
   Il suo vivere sola l’aveva resa poco loquace, e si era attaccata ai suoi occhi come a un ultimo appiglio. Le attenzioni di Mario erano piccoli colpi di artista su un pezzo di legno.
      Avrebbero cesellato ogni donna.


… La sera finiva conversando sulle panchine lungo le sponde del fiume. Il buio della notte rendeva vano lo sforzo di guardarsi negli occhi. Il pudore di Franca era un muro invalicabile e le mani incatenate tra le braccia sotto il petto spiazzavano Mario infastidendolo.
   Albeggiava, ma ancora Franca non aveva chiesto di essere portata a casa. Guardava il sole dorare l’acqua stanca del fiume d’estate. Aspettava prima un invito futuro.
   Mario, ancora indeciso, le aveva preso la mano e accennato un sorriso glielo aveva promesso. Poi l’aveva baciata con delicatezza.
   Passarono giorni lunghi, intere stagioni nella mente di Franca a chiedersi perché del rifiuto di quella sera. “Che villano”…
   Finché Mario, un giorno, se l’era ritrovata in mezzo al suo passeggiare.
   Il golfino sulle spalle, le braccia nude conserte come a sfidare il “no” di quella notte la rendevano meno attraente ma più determinata. Non avrebbe accettato scuse banali.
   “Non vuoi più vedermi? Dove ho sbagliato?”
   “No… Non me ne volere. Domani mi farò perdonare”.
   Parole che allentano la tensione fino a scioglierla.
   Un appuntamento fuori città per spiegarsi e poi tutto come prima.
   Quella sera il buio tardava a scendere.
   Il cielo terso resisteva oltre il solito. Seduta sul muretto Franca guardava da un'altra parte.
   Un appuntamento vicino al vecchio gelso lungo la via romana era un evento troppo complice per compierlo con disinvoltura.
   Aspettava tenendo due piccoli bicchieri tra le dita.
   Quel gesto sapeva di ospitalità tra i suoi seni.
   Il vino fruttato, senza etichetta, adagiato tra le pietre del ruscello ai piedi del piccolo ponte poco distante. Era arrivata con la bicicletta sorseggiando piano la sera.
   I rami di gelso mai potati erano drappi di baldacchino per l’alcova di quella intimità. Il corpo rotondo e ancora sodo costringeva il vestito attillato a disegni di ombre ammiccanti, seni arginati e curve segnate dagli slip.
   Era un piccolo colle fertile adagiato sulla terra, restava immobile arresa ai suoi desideri, sospesa tra i suoi respiri profondi e i pensieri degli uomini. Mario non vi era rimasto indifferente.
Armato di gesti virili, spogliava quel corpo togliendo così la poesia alle ombre.
   I due corpi si confondevano tra la lotta di liquidi e sapori della passione. Il sangue ghermiva le vene gonfiandole di vita.
Era tempo di presentare il conto, il cuore accelerava il suo battito mentre l’anima tentava di tenere il ritmo.
   Franca non capiva le mani cha afferravano il suo collo, ma non vi si era opposta. Guardava Mario come a chiedergli di rendere tutto più rapido, poi allargava gli occhi per riempire l’ultimo istante dell’intero orizzonte.
   Mario, per un attimo, si vede riflesso nelle lacrime di lei che scendevano brillanti nella notte e non si era riconosciuto.
   Lo sguardo sbarrato di Franca sembrava chiedere quel “perché?” di cui non avrebbe mai avuto risposta.
   Presa la bicicletta, si era allontanato nascosto dalla notte chiara di luna.
   La mattina qualcuno aveva trovato un corpo inerte, una bambola gettata via con forza, un burattino con i fili recisi che non reciterà più nel teatrino della vita.



Sono già trascorsi due anni dal suo ultimo delirio di violenza. Sente ancora
   le mani della vittima graffiare le sue braccia, ma per Mario allora il sangue si cancellava con sangue più fresco.
   La prima vittima dimenticata dal progetto della seconda per un destino che sembrava senza fine.
   Due anni dopo, invece, quell’evento è vivo solo nel ricordo. Nessuno lo cerca. Hanno dato la colpa ad un vagabondo di passaggio.
   Ma rifugiarsi in questo cascinale di campagna è stato normale. Da queste parti girano stagioni su anni intensi. Lasciano al tempo l’impegno di cambiare il colore delle foglie e scoppiare i frutti tra i rami. Equilibri fatti di tenerezze e mali necessari.
   Mario s’illude di cancellare le morti dalla sua mente, ma l’angoscia negli occhi innamorati di Franca è un’immagine tanto grande da cancellare la fame di sangue. Un ricordo troppo pesante da portare, vorrebbe pagare per quel crimine.
   Passano stagioni tra lo stormire delle foglie e l’aria pettinata dalle spighe di grano. Una tranquilla atmosfera che non lo aiuta. Aver imparato la pazienza dai semi e l’indifferenza dalle ombre non gli è servito, non può restare qui. Decide di prendere un treno. E’ notte fonda quando ricomincia a fuggire.

- Non sono tutti uguali i binari del treno.-

Mario li ha percorsi tutti negli ultimi dieci giorni.
   Un silenzio strano avvolge questa nuova terra raggiunta. Silenzio ma non quiete.
   Si sente solo tra centinaia di occhi vecchi. Il sole arrogante stabilisce ogni colore; poi il mare azzurro, laggiù, vuol tenere testa al cielo.
   Il resto è nulla. Un nulla bianco e fossile, già vecchio appena fatto.
   E’ quasi notte quando Mario entra in paese.
   Dall’interno della casa può guardare la notte da lontano. Neanche di notte il mare smette di brillare e cattura la luce delle stelle assomigliando ad un cielo inverso. Mario si addormenta in quell’incanto sperando in una vita nuova.

- Voci spezzate. -

E’ mattina. Sono uomini di costa.
   Da dietro il vetro scopre barche appoggiate in secca a riposare dalle onde, ma non è odore di mare quello che sente, piuttosto profumo intenso di fiori. Come se quelle battane a riposo fossero ormeggiate tra i giardini di Villa Giulia a Palermo. Più in là, uomini con i piedi a mollo lavorano e annusano l’aria.
   Le facce antiche solcate dai venti hanno segnate sulla pelle tracce di rotte. Mario pensa come può nascere una svolta.
Scende le scale e passa tra le barche in secca, tra profumi di fiori, tra reti tese e accetta un nuovo destino.
   “Chi comanda qui?”
   Gli risponde uno sguardo abbassato, una trincea invalicabile. Il piglio autoritario diventa ridicolo tra i marinai che lo snobbano.
Poi una voce: “Cerchi Lavoro?”..
   “Sì,” tentenna un attimo Mario.
   “Ma non ho esperienza”.
   Gli si avvicina un uomo giovane dai lineamenti marcati, barba curata come un giardino. Solo un cenno della testa.
   “Sei fortunato, i giovani oggi non vogliono più venire per mare. Dieci anni fa era diverso”. Guarda il vecchio curvo dallo sguardo ostile. Ha un aspetto gracile, quasi indifeso, forte solo delle mattine viste dal mare aperto.
   La rete cade dalla barca come da un altezza infinita, girando le spire dei piombi che la terranno sul fondo.
   La sua vita è qui, dove le estati sono tanto lunghe da non finire mai. Dove gli scogli di lava dura sono monumenti sulla spiaggia e tra le onde.
   La vita di un assassino non può essere né lunga ne benedetta. Caino stesso venne maledetto e non ci fu radice per il suo tronco.
   Per questo, la nuova vita di pescatore è talmente lontana dalle sue vecchie prospettive da lasciargli credere in una nuova esistenza.
   Si ripete ogni giorno che il suo tempo è passato. Ma qual è il suo tempo? Ha provato a dilatare i sapori della sua infanzia fino all’impossibile.
   Poi quello stesso tempo gli ha tolto gli occhi di bimbo, gli ha cambiato il quartiere di case basse del centro storico distrutte dalle bombe della guerra in nuovi stabili più funzionali e più anonimi.

Gli ha cancellato il cielo carico di rondini ed i campi pieni di papaveri e gli enormi buoi che trascinavano aratri di legno. Quel tempo non c’è più. Invecchiando ha perso quei ricordi.
   Si è sentito truffato dal tempo che lo ha reso felice durante l’infanzia e triste dall’adolescenza in poi.
   La guerra è stato un forte schiaffo in faccia anche se ne ha fatta comunque poca e in retrovia, un portacarte che rischia più la noia che la pelle al di là della strada, mentre i suoi compagni morivano come mosche in Russia e in Albania; non deve pensarci più, ora ha questa nuova vita.
   Il tempo trascorso in mare gli ha scolpito la faccia di solchi leggeri in una pelle ogni giorno più brunita. Si è lasciato crescere la barba bassa e curata.
   Si è concentrato sul destino che il mare rimette in discussione ad ogni uscita soprattutto d’inverno.


… I fuochi accesi fino a notte inoltrata per lavorare più ore. Le vernici resistenti alla salsedine da scegliere con i vecchi del porto, il legno bagnato perché prenda forma ed ogni altro accorgimento imparato al momento; alla fine la barca è pronta. Una bellissima e panciuta battana colorata di verde blu e oro, i colori di casa Spilleri.
   I primi mesi di pesca sotto costa, poi lo scafo prende il largo. Da lontano sul mare, gli alberi in collina sembrano tutti cespugli di identico colore.
   I mandorli scambiati per peschi e i peschi che sembrano rovi di capperi. Il piccolo motore sbuffa deciso, scivolando sull’acqua senza perdere colpi. Mario ha uno spirito positivo mentre dritto a poppa regge il timone fissando all’orizzonte una meta immaginaria. E’ un giorno buono oggi.
   Il vento misto di inizio stagione spezza le onde in tante piccole creste ruvide, le poche nuvole sembrano rotolare oltre il filo della terra.
   Le agore imperiali saltano fuori dal pelo dell’acque eccitate dai numerosi banchi di sardine in movimento.
   Escono ed entrano agitate come a voler cucire insieme le onde, così invece disorientano le prede.
   In tutta questa natura in movimento, fermare la barca sembra un controsenso. Immobile tra le onde, la barca affossa la chiglia seguendo i ritmi imposti dal vento.
   La rende minuta e fragile, un piccolo predatore illuso di catturare una grossa preda.
   Salvatore che finora non ha alzato gli occhi dal suo lavoro di amo e fili, guarda la direzione della corrente prima di gettare la matassa. Un piombo piccolo ogni quattro ami per trecento metri di filo. Ora non resta che aspettare la sera in questo mare di nessuno, un limbo che rivendica per sé il diritto di appartenersi.


   … Odore di spezie e sale, lo specchio dell’acqua a volte diventa opaco, velato dalla fine sabbia d’Africa. Per un istante folate di vento caldo carico di rosmarino salvia e cappero in fiore arrivano fin qui. Ma è un’idea, un’ombra e niente altro.


Raggiunge la spiaggia, vede cavalli rinfrescarsi nel bagnasciuga, dromedari carichi di datteri indifferenti alla fatica e le feluche con le vele tese che pascolano dove l’acqua bassa non sente nessun vento. Approda tra barche di legno adagiate su un lato, tanto vecchie da sembrare nate con la spiaggia stessa.
   Un disordine amalgamato alla costa tra palme e reti tese ad asciugare. Una sonnolenza falsa che tende agguati e lo rende teso. Sente aria di guerra tirare i muscoli di questa vecchia gente dai gesti uguali e lo sguardo svagato.
    - “Il mare e il deserto hanno la stessa morfologia” - pensa osservando il paesaggio.
   Sono un’immagine impressa sulla tenda di un teatro all’aperto, ombre e contorni in continuo movimento. Il mare cuoce la pelle proprio come fa il deserto, il mare ha la cresta delle onde dove il deserto le curve delle dune.


- Passano giorni di viaggio. -

Mario ha una tunica nuova a righe ed un turbante nero regalato dai tuareg. Ogni tanto un temporale uscito tra le pieghe di un cielo azzurrissimo crea un piccolo fiume di rivoli resi effimeri dagli enormi canaloni che ne fanno perdere le tracce. Per il resto è solo cammino.
   Nessuno, neanche Mario vuol contare la strada che ha masticato fin qui. E’ pomeriggio tardi quando la carovana si ferma sotto il vecchio cipresso di Tamrit.
   Questo enorme albero ha deciso semplicemente di non morire. Accoglie ogni carovana sotto la sua ombra stantia ma sincera e ha robuste radici che tengono saldo il terreno, buono per interrare paletti.
   Quando il giorno è dritto nel cielo l’aria si fa opalescente ed è difficile distinguere tra tutta questa luce i riferimenti dell’orizzonte, un velo che nasconde e confonde i contorni, unica eccezione le nere rocce di basalto.
   Questo è il Tassili n’ajjer, l’altopiano dei fiumi.
   Un monumento ai fiumi che di qui sono passati ai tempi dei dinosauri.
   Spettacolo al quale Mario non riesce a restare indifferente. Gli altri uomini della carovana ne guardano l’entusiasmo e la voglia di capire con infantile stupore. Considerano questo uomo barbuto dai grandi occhi verdi una specie di pazzo, forse un santo che racconta storie strane attorno al fuoco la sera.
   Da qui le guerre di dominio non sono che piccole scaramucce. Non si sentono colpi di fucile né proclami d’indipendenza, qui solo il deserto parla con il suo feroce silenzio; solo echi di eterna solitudine hanno diritto di viaggiare nell’aria fredda della notte. Mario impara tutto questo.
   Per potersi esprimere ha iniziato a masticar francesismi, la lingua dei dominatori miscelandola con parole arabe.
   Un gesto apprezzato dagli altri che per renderlo partecipe gli raccontano la storia del loro eroe: Abd El Kader, l’emiro algerino vissuto cento anni prima.


Mario sorride, la sua anima nera è sbranata dai quei sorrisi. Finalmente può piantare i piedi per terra, allargare le braccia e guardare il cielo sereno. Ora lo notano, guardano quest’europeo senza minaccia, forse divertiti per un atto lontano dai loro riti, ma ne rispettano il gesto, ne rispettano lo spazio.
   E proprio mentre guarda quel cielo terso senza un minimo riferimento Mario lo vede crepare e spezzarsi in due.


   …Un palpito può cambiare scenario e lo stupore impedire il respiro, mentre nella piazza si diffonde il sapore dell’assenzio.
   I banchi rovesciati mescolano i colori delle spezie e l’odore acre fa tossire. Il muezzin è sparito, la sua figura imponente è svanita in un attimo. Gli uomini con il loro sorrisi genuini di denti opachi sono pupazzi rotti riversi sul selciato.
   Anche le tende lacere sanguinano raggi di sole.
   Mario sente il sangue sgorgare copiosamente dalla fronte, la sua forza venire meno.
   Intorno odore di corpi tranciati e olio bruciato, e quella macchina esplosa, aperta come una lugubre rosa con i petali intorno a seminare morte.
   Al risveglio la notte è scesa a smorzare dolore e rumore. Si guarda intorno, pareti di smalto chiaro cingono una stanza d’ospedale dalle volte altissime.


Nella cella trentasette del piccolo carcere di provincia le ombre hanno sempre lo stesso spessore, solo una temperatura diversa a seconda delle stagioni.
   Gli anni passano senza dolore né rumore.
   Mario, dopo la condanna definitiva alla quale non si è appellato, ha piano piano modificato l’arredamento ai suoi bisogni di perpetuità. L’armadietto pieno di piccole strutture di legno alloggiano strumenti per il piacere quotidiano:- una scacchiera, le carte e la caffettiera.
   Le poche lettere ricevute da ammiratori mai conosciuti che avevano seguito le vicende attraverso articoli di giornale le ha cestinate appena lette. Non capisce le frasi contenute in quegli spasimi di delirio, anzi né ha paura.
   E’ stanco di stranezze.
   Appesi al muro due ritagli di giornale raffiguranti barche confuse con i fiori in primo piano e dune di un deserto in un gioco di ombre e luci. Tiene queste immagini come retaggio della vita.
   Così trascorrono anni di gesti lenti e ripetuti. Un moto perpetuo per confondere il tempo che passa e segna la pelle fino a modificarne i tratti. Ora è un vecchio stanco ma ben saldo sulle gambe. Ha il viso vissuto come una valigia usata per mille viaggi; stessa stanchezza, stessa certezza di non avere più speranze da spendere al tramonto. Il popolo del deserto nel frattempo ha ottenuto il diritto sul proprio destino, ma non ha conosciuto la felicità.
   Le guerre intestine sono continuate per i decenni, commesse dagli stessi berberi su altri berberi. Mario è distante da tutto.
   Per anni ha ricevuto notizie sulle vicende di quel popolo, ma non ha mai risposto.
   Dopo venti anni di carcere e senza fare richiesta gli viene concesso il fine settimana libero, un premio per l’irreprensibile condotta.
   Potrà uscire il sabato mattina a condizione che ritorni in carcere la domenica pomeriggio.
   E’ indeciso se accettare questo privilegio, si chiede come abbiano potuto dimenticare Franca. Lui non lo ha fatto. I suoi occhi chiari dietro le spesse lenti guardano con attenzione la strada alberata che porta verso il cimitero di Perugia.
   Il vento di Marzo mette la fregola alle foglie novelle. Non ci sono cipressi in questo viale. I piccoli alberi sfiorano i capelli bianchi come bambini senza rispetto per questo vecchio che cerca parole nuove da raccontare alla foto sulla lapide.
   Cammina senza fretta tra le tombe interrate senza incubi dai quali fuggire.
   Non potrebbe con queste gambe senza forza.
   Franca lo aspetta ai lati di un vialetto tra pini nani ben curati, sotto una tomba vecchia di marmo opaco. La foto ovale è macchiata dalle intemperie e non le rende giustizia.
   Ha il sorriso nostalgico delle dive anni cinquanta.
   E’ triste anche per i fiori di plastica sporchi di terra messi dai parenti per non avere il fastidio di cambiarli spesso.
   Ma ora c’è lui.
   Ecco perché è libero, aveva una tomba da curare. Piega le gambe con calma come chi cerca di superare un punto di rottura senza traumi e in ginocchio inizia a lavorare la terra della piccola tomba spezzando le zolle e sfarinandole con le mani.
   Pulisce con cura i fiori di plastica nonostante abbia già deciso che ne comprerà presto di veri.
   Nel tempo ha imparato ad attrezzarsi per abbellire la tomba. Ogni fine settimana torna qui per rispettare un appuntamento.
   Lava il marmo dalle piogge, riassetta la terra mossa e rinnova fiori appassiti. La gente lo guarda prendersi cura di questa tomba dimenticata e ne pesa il gesto edificante senza capire che non è questo che Mario vorrebbe.
   Ogni volta che qui ripone fiori freschi prega che un miracolo lo ponga al posto di Franca sotto la terra curata.


… Sono trascorsi venticinque anni di carcere.
Sono un lungo viaggio su un treno dai vetri sporchi. La vita è di là ma si percepisce appena.
   Venticinque anni di carcere contando i passi e i pensieri strozzati tra queste alte mura grigie.
   I passi per raggiungere il refettorio.
   Passi che ti conducono al cortile dove misurare altri passi in tondo lungo il perimetro delle mura. Passi per andare al magazzino, il suo ultimo incarico, passi per rispondere alla chiamata dei secondini.
   E nel frattempo non puoi smettere di pensare a cosa eri prima e forse a cosa saresti ora se fossi libero. Mario accumula passi e pensieri come grano nel solaio, tutto il suo capitale. Li ha raccolti con la segreta speranza che ci sia spazio per spenderne se mai dovesse uscire.

   - Uscire -

   Ecco il vero motivo che fa sopportare la pena. Un pensiero mai formulato coscientemente, ma l’unico che doma il respiro affannato e droga la voglia di farla finita.
   Un desiderio che finalmente per Mario alla fine diventa realtà.
   Lascia il carcere un pomeriggio di settembre. Venticinque anni di una vita dimessa senza essere vissuta se non fosse per quei passi e quei pensieri… venticinque anni per una famiglia qualsiasi rappresentano la gioia di un figlio sposato; sono l’onorata carriera per uno stimato professionista, venticinque sono gli anni di una buona carriera per una artista del palcoscenico.
   Venticinque sono l’età giusta per ottenere una laurea se uno studente è tenace.

   Dopo la guerra, il mare il deserto d’Algeria, di fronte ad una tomba curata Mario conta i suoi venticinque anni di passi e pensieri…
 l’intero capitale di un l’ex-assassino. Amen
   Che nessuno dica più nulla.
   Che nessuno ne parli più… mai più.

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