Le giunchiglie in riva al fiume

Brani presi quà e là ...

…Questa sensazione che mi secca la saliva, l'ho percepita altre volte ancora, e non la conoscevo prima di quel giorno, come se mia madre avesse affidato messaggi al vento, che me ne sussurra uno ogni tanto. Le ore sono macigni che rotolano lente a valle, e ad ogni minuto ad ogni commosso abbraccio di condoglianze sento le forze svanirmi. Non so che parte di me vive quegli attimi fino al funerale, ma non ho peso, non ho voce, non ho vita….

Mentre per me pur non depositando oggetti ai piedi della sua lapide ho certamente disegnato un solco nei miei pensieri con l'avvenimento della sua morte come riferimento. Così che ora anche il riso è frenato ed un po' ambiguo non solo dal dolore ma dal perverso pensiero che in ogni attimo gaudente sottraggo una lacrima sulla tomba di mia madre, unica dimostrazione di amore permessami…

I miei magnifici anni sessanta. Quegli anni avevano il senso il sapore d'eternità, nessun bersaglio sembrava poter essere mancato, le stagioni sembravano copioni scritti, pittorici scenari senza rigore d'inverno né afa d'estate… ed il tempo sembrava voler rallentare nei momenti felici, quasi ad accertarsi che li gustassi appieno… senza spazi per la nostalgia uccisa da nuovi momenti felici…

Io non sopportavo quegli attimi e tra l'emozione e la paura, tenevo la testa sulle ginocchia e le palme delle mani sulle orecchie per non sentire la frustata della doppietta. Ad ogni colpo guardavo il povero uccellino puntare la terra nell'ultimo scomposto volo fino a scomparire tra l'erba, e correvo in quella direzione per recuperarlo, ripensando a quei momenti, ho l'impressione che corressi fin fuori la scena come se a forza di correre mi ritrovavo fuori dalla luce delle foto antiche…la dove inizia il contorno ovale. Avevo una pietà immensa per il povero palombo, tordo, o beccaccia uccisa ma volevo ben figurare verso quell'adulto che mi considerava, spiegandomi con dovizia di particolari sulla caccia, sul suo lavoro e sui cani che allevava con cura…

Troppe pagine si son voltate, e troppe volte ho visto "tempi" finire. Ora non immagino il tempo come se fosse ciclico, circolare… vederlo ritornare e ancora e ancora, senza mai perdersi… né perdermi. Lo sento intorno a me indipendente, rigido sulle sue posizioni, indifferente ai miei desideri alle mie lacrime ai miei bisogni. Lo immagino distratto da storie raccontate da altri… traditore alla complicità che ci faceva essere felici… io per i sorrisi ed il buono spirito che spendevo vivendolo, lui generoso di attimi ogni volta infiniti.

Ciò che mi è rimasto di quel tempo è strappato a forza e prigioniero nella mia mente, soggiogato ai bisogni di sopravvivere anche a se stessi. Lo chiamo e richiamo a mio piacere… anche se lo sforzo è notevole.

Devo per questo riuscire a concentrarmi un po' come farebbe un atleta prima di un salto e allora mi ritrovo appoggiato con le spalle nella parete della cucina pitturata di smalto azzurro, in cerca di frescura mentre aspetto il piatto di rigatoni al pomodoro con il pecorino che piaceva tanto a mio nonno.

Di quei tempi non vivo una nostalgia diversa dagli altri, immagino ogni uno di voi prendersi il tempo di perdere lo sguardo oltre il cielo, rivedere la propria fanciullezza come ci si massaggia la parte che batte in terra dopo la caduta, o così semplicemente per portare in pareggio la vita con troppe sfumature scure… ma io sento come mia soprattutto quella vita della quale ricordo anche il semplice accenno di sorriso. Ricordo il tempo triste e timido che sentivo solo quando il silenzio era completo… delicato colorava di rosa i contorni delle nuvole, sapeva di mare e di fresco ed io rimanevo lì attento come chi cerca di percepire la musica da una radio lontana.

Aveva il sapore di storie perdute di Belle Epoque… insomma di storie da grandi , che io capivo appena. Quel tempo si muoveva come un venditore di palloncini alle fiere di Settembre…

…mi drogavo dell'eco delle mie risate italiane. Tenevo in bocca il tozzo di pane duro, avanzato da quello che nonno ci mandava ogni tanto, con il verdicchio per mio padre. Anche duro, quel pane era buono per me, fatto con grano che si muoveva al vento che conoscevo, maturato ad un sole che non mi feriva gli occhi quanto li alzavo per guardarlo…

…Ma per quanto intensi, quei momenti sfumavano… ritornavo a confrontarmi con quel cielo sbiadito e quei prati di plastica. In Svizzera, tutto funzionava con sincronismi diversi dai miei, il pane poi lo lasciavano crescere in un recipiente rettangolare ed era di colore scuro. Le persone parlavano e gesticolavano cose incomprensibili per me ancor più incomprensibili quando anch'io parlavo come loro. Eppure quella sorta di contrattura la sentivo lenire, quando mi portavano a vedere il lago. Sapevo che chi per ricordo, potesse portarsi quell'orizzonte, quella pace, quel vento deciso, fosse fortunato almeno quanto me che avevo in me la mia dolce aria. Nel lungo lago ogni giorno si rinnovava il mercato del pesce con quelle carni bianche e rosa di pesce tagliato a filetti. I pescatori usavano stiletti sottili, con la abilità di spadaccini… e quelle lame si appoggiavano leggere come archetti sulle corde di violino…

...Mamma seduta al fianco di mio padre alla guida gettava di tanto in tanto occhiate fuggevoli per controllare la situazione dietro. Insolitamente silenziosi io e mio fratello con i pugni a sorreggere il mento, affondavamo lo sguardo nei colori raffinati apparecchiati al di là del finestrino.

Sterminati campi d'oro picchettati di rosso papavero ed in fondo il mare increspato appena (come alcantara azzurro), e le nuvole che vi si tuffavano leggere per emergere un po' più là… asciutte e soffici come prima.

I pochi campi coltivati a riso, con la loro forma quadrata sembravano quadri appesi su una parete infinita. Mai ho trovato una atmosfera più riposante per il mio spirito di questa. In macchina entravano solo i raggi del sole ed i silenzi dei campi…

…Parlerò loro di mia nonna, di quella devozione per suo marito mentre aspettava rispettosa il momento dell'ultimo respiro nel "fragore" del silenzio per quel dolore. Di quell'amore fra due persone che non se lo sapevano dire, quella dignità che dopo quarant'anni di matrimonio aveva rivestito una casa modesta d'oro zecchino. Il corpo di nonno, una volta poderoso, scompariva informe sotto le lenzuola, io adolescente non capivo come potesse accadere, quasi s'intrecciasse tra le trame di quelle coperte senza che nessuno potesse far niente. Solo un cucchiaio d'acqua che ogni dieci minuti, nonna gli faceva bere. Quel cucchiaio d'acqua era immenso... per un attimo di sollievo. Un mare di Polinesia con canoe ed isolani vestiti con collane di fiori cangianti. Un oceano cristallino, che partiva dal bordo del cucchiaio e si perdeva infinito in una spiaggia lontana... e di quell'amore vero, che riusciva sempre a coprirne la distanza…

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