Come adottare una nuvola

Brani presi quà e là ...

Lo sguardo fisso, ipnotizzato dai binari sotto di me, sembro lasciarmi indicare la direzione che da lì a poco dovrò prendere. Lo zaino fin troppo pesante e la mano in tasca che gioca con una cartolina... mi ricordano il lungo viaggio dal quale ritornare fra un anno esatto. Mi stringo nelle spalle mentre la sagoma del treno... lenta si avvicina. Appena possibile salgo le scalette sperando che la malinconia rimanga lì incollata sul marciapiede, insieme al ricordo degli amici che mi salutano. L'aria dolce spuzzata di frizzi, mi fa pensare ai contadini su tra le colline che stanno raccogliendo con i cesti di rami intrecciati, uve che al sole brillano di rugiada come perle...

Ma un uomo vestito di un verde incredibile, attira l'attenzione su di sé sbracciando e urlando ci invita a salire sul camion militare, parcheggiato poco lontano e lo fà con una abilità e una disinvoltura tipica di chi probabilmente per mestiere fa "l'individuatore di reclute". Comunque come primo impatto non c'è male... l'uomo che ho di fronte (un sergente) è simpatico, accattivante ed ha un sorriso ironico che sembra renderlo inoffensivo; piuttosto alto e con un paio di baffetti sottili che me lo accomunano ai gagà napoletani. Ho il sentore che in quella veste, così marziale lo hanno vestito i suoi, o il bisogno di campare in una terra lontana dall'occupare tutti i suoi figli.

...Il saluto rituale del piantone di turno rimane così l'ultimo ricordo di quella caserma prima di infilarmi nel taxi noleggiato per la mia tradotta. Il viaggio è troppo breve per le cose che riuscirò a vedere , strade percorse tra muretti di sassi senza simmetrie precise ,eppure incredibilmente legati insieme da secoli, ornati di fichi d'india, come ombrelli parasole e dove i muretti si davano tregua... pile di barattoli in vetro ricolmi di verdure pressate, sott'olio. Dietro a questi improvvisate bancarelle, contadini vestiti di leggere camicie chiare consunte e spesso rattoppate, dalle facce solcate da rughe eterne, visi sofferti senza speranza negli occhi, sconfitti da una terra avara, venduta solo sottovuoto lungo la strada...

...Che mi dedicassi a questi aspetti, e che rivendicavo uno spazio mio era oramai sentore di una evoluzione della mia vita da galeotto, èro cioè alla ricerca di considerazione, per la quale dovevo essere rispettato, altro che passare il più possibile inosservato. Per ottenerlo, dovevo comunque capire che aria tirava tra i detenuti detti "comuni", che ... benchè colpevoli di reati militari, avevano nella loro fedina penale voci di tutt'altro peso giuridico. Questi detenuti si distinguevano da noi, che rifiutavamo la divisa, perché ostentavano modi da uomini duri, con la scrupolosa ritualità degli animali che nel proprio branco gonfiano le penne, o il pelo a seconda della specie per primeggiare sugli altri. Nella maggior parte dei casi era una parvenza, celava il loro reale bisogno di sentirsi accettati, di trovare amici

Ma ora che ho raggiunto la parte più alta del castello dopo sbarramenti di porte in ferro e corridoi interminabili, vengo informato che come prassi dovrò trascorrere l'intero giorno nelle segrete, sòrte destinata a chi ancora non è schedato nei registri del reclusorio. Questo si rivelerà il giorno più lungo della mia vita e certamente tra i peggiori. Certo di storie ora ne avrei potute immaginare molte, sentire sospiri o imprechi di chi infranta la legge borbonica veniva rinchiuso in questi tuguri di tre metri per due, senza punti luce diretti ne finestre dalle quali far arrivare un po' di sole.

Un vero "tartaro biblico" nel punto più vicino al cielo di tutta Gaeta. Ma ora si tratta di organizzarsi al meglio. Inizio provando a sfiancarmi fisicamente... magari così riesco a dormire un po'. Appoggio i piedi sul tavolaccio di legno e inizio una serie di flessioni, poi un altra e ancora un altra, ma sono troppo arrugginito per apprezzarle, così decido di fischiettare motivetti, e ripesco nella memoria attimi piacevoli vissuti fuori, le ragazze conosciute, le partite di pallone, le passeggiate al corso di Jesi (che chiamavamo vasche perché percorse per tutta la lunghezza e viceversa) mia carissima città... e mentre penso, leggero si disegna un sorriso sul mio volto che purtroppo non resiste molto

Ad ogni angolo dell'edificio erano stati istallati tre parafulmini... l'intero edificio sfidava il temporale con le dodici punte d'oro. Il Temporale del resto non poteva ignorare la sfida, il castello era vicino al cielo ed ogni temporale lo coinvolgeva appieno. Così da prima - quasi senza avviso - un squarcio luminoso si abbattè su un parafulmine con lo schiocco di una frusta amplificato cento volte facendolo vibrare. Questa vitalità elettrica sopra le nostre teste èra uno spettacolo magnifico, e terrificante, ma come animali abbagliati dai fari dell' auto rimanemmo tutti in silenzio affacciati per le finestre del refettorio, con la testa tra le spalle a fissare le aste dei parafulmini colpite, vibrare per interminabili minuti, finchè un nuovo fulmine frastagliava il cielo grigio, compatto,ricominciando il balletto di quelle lance con la punta d'oro, mentre tutto intorno una luce gelida illuminava anche gli angoli oppressi dal buio. Per noi non esisteva abitudine a questa emozione, ad ogni fulmine la salivazione ci aumentava mentre le mani cercavano appigli solidi dai quali ricavare sicurezza.

Camminavamo in fila per due... preceduti da un gradutato, provvisto oltre che di un pesante mazzo di chiavi (in realtà le chiavi erano poche ma enormi) per aprire i pesanti portoni che separavano sezioni di corridoio, anche di una lampada. Aveva la forma di una lucerna ed era di colore diverso ogni sera.

Il colore veniva concordato con le sentinelle dei camminamenti e dei torrioni, che dovevano far rispettare il coprifuoco serale. Gli unici a conoscerlo èrano: il maresciallo incaricato allo smistamento chiavi e le sentinelle, nessun'altro. Quella sera la lucerna rifletteva un colore sbagliato, e ce ne siamo accorti, allorchè entrando in cortile per raggiungere esausti le camerate, un ordine secco ci intima l'altolà, mentre di sottofondo il metallico rumore del caricatore che mette il colpo in canna si amplifica nell'aria facendoci accapponare la pelle. Terrorizzati ci gettammo a terra,lasciando cadere tutto il ben di dio trascinato dalle cucine, e rovesciando l'acqua calda che ci serviva per le docce tiepide ed i pediluvi. Rimanemmo così, parte integrante del selciato finchè non fu chiarito l'equivoco telefonicamente. Il maresciallo evidentemente più brillo... che brillante, aveva consegnato la lucerna rossa anziché la verde concordata, e le sentinelle non la potevano riconoscere come lasciapassare. E' stata per fortuna l'unica volta in vita mia che mi hanno puntato un fucile contro... e anche se oggi mi viene da sorridere allora tutti trovammo aggettivi "propri" per ringraziare il maresciallo di quella esperienza.

Ancora più energia sapevo comunque, l'averi dovuta impiegare per non impazzire l'ultima giornata trascorsa lì, tra saluti,lacrime e su in alto le segrete che mi aspettavano per l'ultima notte. Questi ultimi giorni poi sono fastidiossisimi, una sorte di prurito da grattare. Non si è ne carne ne pesce, saltano le abitudini, rimani senza idee a scaldarti la testa in cortile, e speri che qualcuno abbia pietà di te e magari ti iberni, o ti mummifichi fino al giorno della libertà. Non ti concentri sui scacchi e le carte diventano un gioco troppo difficile, sfuggi a tutti e ogni discorso ti sembra banale, ma il problema è dentro di te, e forse, saltati gli schemi la depressione si fa strada e ti germisce... ti avvolge... ma troppo tardi è già arrivato il giorno.

Mi rivedo, seduto di fronte ai miei compagni con le mani giunte imprigionate in mezzo alle cosce e la testa bassa mentre penso un attimo a cosa dirò appena alzati gli occhi vedrò per l'ultima volta i volti dei miei compagni di ventura. Mi rammarico di aver perso quel poco di sole che illuminava la cella, riusciva con il suo brillare a frenare le intenzioni oppressive di queste mura, anche lui se ne è andato senza troppo rumore e mi ha lasciato solo qui in questo buio senza toni... mentre i gatti più temerari saliti sin qui, cominciano a miagolare serenate alla luna, facendomi provare l'ultimo brivido prima di addormentarmi. La notte trascorre agitata da false angosce, ma finalmente il sole decide di ritornare e come scaglia il primo raggio di luce mi sveglio e subito mi rivesto in attesa delle magiche chiavi che mi liberano. Ora tutto diventa repentino, come se temessero che preso da nostalgia decida di non andarmene... In un batter d'occhio mi ritrovo a scendere le ultime dieci scale che conducono al portone del paradiso. Non c'è più titubanza, non formulo più congetture...

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