Prodotto dal laboratorio di scrittura a Cingoli negli anni 2008/2009

I ragazzi dell’Istituto Alberghiero “Varnelli” di Cingoli
hanno alimentato il “genietto creativo” perché del loro talento rimanesse una scia iridescente.
Una traccia così luminosa da cancellare le notti più buie in una società che fin troppo spesso rinuncia alla sensibilità artistica dei suoi figli.
Mettetevi comodi quindi e guardate in alto, ai fuochi d’artificio di questi giovani artisti che hanno saputo trasferire nella traccia d’inchiostro i loro sorrisi, i loro sospiri, le emozioni, le lacrime, i ricordi…
Vittorio Graziosi

Lettura 1
Le gite con la scuola
Miss Clare Remembers (Enya)

Anche quando la salute mi sosteneva, il mio raggio d’azione, doveva necessariamente essere molto molto limitato. Così la mia famiglia calcolava bene le distanze anche quando consentivano le gite con la scuola. Però supplicavo di lasciarmele vivere con spensieratezza. Pur correndo qualche pericolo quelli erano momenti indispensabili alla qualità della mia vita; altre stelline d’oro da aggiungere al mio forziere.

… La gita di quinta elementare al “Parco dei Daini” verso Genga è stata una di queste. Mentre si preparavano panini per il pranzo, le maestre organizzavano dei giochi a squadre nominandole per colore. La mia squadra (la rossa) era capitanata da mio padre. Chi perdeva doveva fare la penitenza, subita dal capitano ovviamente. Consisteva nell’essere bersagliati di uova, che dopo essere state bucate, erano riempite di tutto.

Un’altra gita scolastica la organizzammo al convento dei frati minori di Cupramontana. La mattina facemmo dei giochi all’aperto rincorrendoci per tirarci gavettoni d’acqua poi, dopo il pranzo al sacco, una cosa che a noi bambini piaceva tantissimo, salimmo al secondo piano del convento per far decollare gli aquiloni colorati costruiti con la carta velina. Li facevamo alzare in volo con l’intento di farli atterrare nel prato dopo mille piroette nel cielo. Il mio compito era fare la coda agli aquiloni. Ricordo molto bene quei giorni, nei quali ero già più osservatore che partecipe ai giochi dei miei compagni. La malattia era una tela vischiosa che impediva di muovermi bene, ed io che lottavo cercando dentro di me la determinazione a non dargliela vinta.

La mia rivincita la riponevo negli aquiloni ai quali affidavo il mio spirito migliore. Vederli volare, vincere il vento dei colli che li spingeva sul prato, era la mia vittoria. Giravano spire veloci ingannando le folate violente, sembravano puntare a terra per poi risalire in alto. Io sentivo il filo tirare; l’aquilone mi chiedeva corda. Scivolava tra le dita la corda arrossandomi la pelle… era la mia anima libera che volava in alto tra le nuvole ed io volavo con lei sopra le inquietudini, lontano dal mio corpo silente.

Lettura 2
Bisnonna materna
From Where I Am (Enya)

La mia dolce bisnonna materna. Una gran donna, così buona da sembrare una fatina delle fiabe. Aiutava mia madre nel gravoso impegno di farmi crescere. Passavo giornate intere con lei a “capare” i fagiolini.

Poi mi diceva: “Dai Luca vieni con me”… e ci avviavamo a fare la spesa. Mentre tornavamo verso casa, con una “sporta” piena di spesa in una mano e con stretta la mia mano nell’altra, mi raccontava di suo marito Lello, dei ricordi di guerra, dei cinque frati che aveva visto fucilare dai tedeschi. Piangeva mentre mi diceva che i nemici entravano in casa di prepotenza e rubavano tutto quello che trovavano. Io la guardavo mentre camminavamo sotto il sole e cercavo i suoi occhi persi nell’orizzonte. Ancora oggi non saprei dire se erano lacrime di disperazione o di rabbia. Ero impressionato nel vedere una donna così buona piangere. Quando vedo documentari di guerra ripenso alla sua vita sul filo dell’angoscia e provo rabbia verso chi ha creato tanta infelicità nel cuore di brava gente. L’ultimo ricordo che divido con lei è triste per causa mia.

In campagna, un giorno di festa lei voleva sostituirsi alle mie gambe sorde alla mia voglia di correre… e visto un uccellino caduto dal nido che non riusciva a spiccare il volo -a bene pensare assomigliava moltissimo a me quel passerotto- provò a corrergli dietro per prenderlo.

Non visto un ostacolo cadde rompendosi un braccio. Povera la mia fatina dal volo leggero, avessi potuto l’avrei salvata… se avessi potuto. Quello è stato il sacrificio che mai avrei voluto vederle compiere.

Ora vicino al mio letto c’è una foto che la ritrae mentre mi stringe affettuosamente. Se nell’universo esiste un posto dove si fissano gli istanti felici, questo vorrei che fosse fissato eternamente in una cornice d’oro.

Lettura 3
…Una fase acuta
And Winter Came (Enya) e Portrait (Enya)

Mi sono convinto di una cosa nonostante la mia vita immobile. Si è sempre da qualche parte. Un passaggio tra delicati equilibri alla continua ricerca di nuove stabilità. Quando fuggo dai miei sogni, mi trovo avvolto nella tristezza come da notti fredde, come da gola secca, come da sapore amaro. Se mi ritrovo dentro di essi l’affanno, si acquieta e le mani contratte si rilassano alla ricerca del fresco delle lenzuola, delle piccole cose della vita. Questa certezza si è resa definitiva dopo essere sopravvissuto a un destino già segnato.

…Negli ultimi giorni del gennaio 1999, era già sera e potevo vedere il buio ingoiare l’ultimo raggio di sole nascondendolo alla città. Lo potevo vedere perché non ero tra le mie rassicuranti mura domestiche, mi stavano portando all’ospedale per l’ennesima crisi respiratoria. Fui ricoverato al reparto di bronco-pneumologia e le mie condizioni anziché stabilizzarsi peggioravano.

Al secondo giorno di ricovero, improvvisamente persi la vista. Ancora oggi porto con me l’ultima immagine prima del buio totale, il viso sofferto di mia madre che si negava lo sfogo delle lacrime e mi sorrideva con una smorfia per non farmi preoccupare. Cominciai a lamentarmi. Con il poco ossigeno che mi arrivava al cervello formulavo solo pensieri di morte imminente… il resto erano farneticazioni senza senso. Per mia fortuna passò di lì un dottore di un altro reparto e su sollecitazione di mia madre entrò a darmi un’occhiata. Capì immediatamente che la situazione era drammatica. Fu un intervento angelico che dispiegò le ali per salvarmi la vita, un’ombra divina che si proiettò su di me perché ne fossi protetto. A quest’angelo non servì che un attimo per capire che stavo spegnendomi. “Presto, presto, chiamate l’ambulanza. Se non lo portiamo al Salesi questo bimbo morirà…”. Quelle parole riecheggiavano nella mia mente annebbiata come colpi di frusta in una stanza vuota. Ne potevo percepire il dolore. Stringevo le mani e chiedevo aiuto in silenzio. Intanto fuori la neve scendeva leggera e silenziosa come fosse un atto di pietà per la mia vita che era sulla soglia della morte. Mentre mi portavano in ambulanza, sentivo la carezza del cielo in forma di fiocchi sulle gote che si scioglievano al contatto. Madre natura aveva fermato il mondo lasciandolo sotto il velo della neve perché si sentissero distinti i miei disperati singhiozzi. Intorno a me intanto vedevo scomparire gli oggetti uno ad uno, forse per il mattino seguente avrei cancellato l’intero mondo. Forse il male, per il mattino dopo avrebbe cancellato anche me.

Allora vidi distintamente il capitano salire sulla tolda della nave davanti al mare in burrasca: “Presto, sotto la mia responsabilità portiamo questo bimbo al Salesi… presto ho detto” urlava forte il dottore del pronto soccorso, sicuro di vincere così i marosi che m’inghiottivano. “Via, partite… entro un’ora deve essere in ospedale.” Arrivammo al Salesi prestissimo. Un corridoio illuminato a giorno da neon fluorescenti che indicavano la via del mio destino. Sentivo il respiro affannato dei miei accompagnatori cercare una sintonia con i loro passi, mentre i miei lamenti erano un canto che seguiva solo il mio dolore. Ma questo lo percepivo appena, concentrato com’ero a cercare una speranza negli occhi disperati dei miei genitori. Poi le porte si chiusero tra me e loro. L’ultima cosa che sentii fu la mano di mia madre che riluttante a lasciarmi, tentava di tenere la mia, fino all’ultimo istante. Poi fui preso in cura dagli infermieri del reparto di rianimazione.

Non dimenticherò mai quegli occhi lucidi scomparire dietro una porta chiusa mentre sentivo i loro primi fiotti di un pianto liberatorio. Ero solo per la prima volta.

Lettura 4
Il fantastico mondo dei sogni
Watermark (Enya) e No Holly For Miss Quinn (Enya)

Mentre il mio corpo si martoriava sotto i necessari interventi per respirare meglio la mente vagava fra fantastici panorami. Nuvole dorate rifrangevano i raggi del sole ferendo i miei occhi di luce e calore. Prati infiniti sui quali farfalle grandi come uccellini si lasciavano rincorrere dalle mie gambe robuste.

Sognavo i baci di mia madre e le carezze di mio padre, rassicurante balsamo per la mia pelle tremula. Ogni sospiro trasformato in sorriso, ogni lacrima in topazio azzurro. Sognavo di popoli lontani. Mi trovavo tra loro. Respiravo odore di spezie, e profumo di fiori esotici. Ancora oggi non saprei dirvi se tutto questo è frutto della mia fantasia o se davvero quei viaggi li abbia fatti. E’ così che fa un sogno vero, è un forte eccitante. Produce un’emozione simile alla scossa elettrica che ti scuote fino alla punta dei piedi. Che fantastica storia è la mia vera vita… la vita dei sogni. Ma sublimare un sogno è un lavoro duro, non crediate sia semplice. Raggiungere vette solenni, dove il dolore non può inquinare la risata genuina, è un’arte che a pochi riesce. All’inizio, dovevo far convivere i sogni con gli incubi. A volte l’uno si camuffava nell’altro, confondendo il mio umore. Come con il gioco delle tre carte, dove avrei trovato l’asso vincente? Sognavo paesaggi fiabeschi abitati dagli infermieri che mi curavano. Villaggi di marzapane e cioccolata e tra le vie incrociavo i dottori che mi salutavano con il cappello in mano ed io che mi chiedevo: “Ma dove l’avrò mai visto quel signore”. Che sogni strani!

Nel primo mi sono ritrovato con il letto su un marciapiede di fronte ad un lampione con una luce fioca. Quando ho iniziato a guardarmi intorno, ho visto che ai lati della strada c’erano delle recinzioni nere con spuntoni agli apici, in uno stile antico decorato, mentre la strada era lastricata di pavé curato. Di là di quella recinzione si scorgevano le fronde di un folto bosco. A un certo punto la strada iniziava a salire per raggiungere un castello nero dalle guglie appuntite. Era in stile gotico e aveva vetri decorati come rosoni delle cattedrali. Sopra di me, un immenso cielo stellato. Nel sogno le uniche persone presenti erano tre infermieri che conoscevo molto bene. In un altro sogno mi sono ritrovato con il letto tra due file di roulotte. Un corridoio stretto e lungo da sembrare senza fine. Sotto di me una strada bianca ricoperta di piccoli sassi. Mentre sopra, un cielo limpido dava una sensazione di tranquillità, di pace. Poi, solo frammenti. L’immagine di un immenso ovale disposto al centro dal quale si snodavano due strade ampie, una deviava a sinistra e in discesa, mentre l’altra andava a destra ed era in salita. Sembravano due strade alla deriva. La strada a destra la vedevo male rispetto all’altra. Entrambe però conducevano in un’ampia terrazza. Quando la raggiunsi e mi sporsi, il paesaggio mi lasciò senza fiato. Il cielo turchese e bianco di nuvole faceva da tetto alle colline smeraldo e d’oro di grano. Il mio paradiso. Anche qui infermieri andavano avanti e indietro per le due strade, correvano per aiutare i bambini che piangevano di dolore. Se mi allontanavo da quel terrazzo e da quella vista, sentivo la mia anima spezzarsi per la sofferenza degli altri, mentre il mio dolore si camuffava dietro sorrisi forzati.

Lettura 5
Il palio di S. Floriano
I Believe (Era)

Il Palio di San Floriano è una rivisitazione storica del Medioevo jesino che si svolge ai primi di maggio. Se chiudo gli occhi riesco a vedere nei dettagli i costumi d’epoca dei figuranti e i momenti più emozionanti. La posa plastica degli arcieri nell’atto di scoccare la freccia, i tamburini dai movimenti sincronizzati, gli eleganti sbandieratori con i voli fantastici dei loro vessilli. Uno dei ricordi che ancor oggi custodisco gelosamente risale ad una gara tra cavalieri. I cavalli erano bardati con tessuti sontuosi raffiguranti stemmi dei casati della nostra zona. Un tripudio di colori che m’incantava e la mia mente galoppava indietro nel tempo. Sin da piccolo ero solito andare alla scoperta delle viuzze del centro storico.

A volte, soprattutto di sera, mi fermavo in mezzo alla piazza della Repubblica a sentire nell’aria il profumo e le atmosfere del passato, forse già allora era presente in me una passione per la storia. Mi sentivo bene tra quelle antiche geometrie di case strette, tenute compatte dalle mura circolari. L’aria antica, quasi statica profumava di tomi e oggetti raffinati fatti a mano. Nel silenzio sembrava di sentire il frusciare dei vestiti eleganti di raso o il vociare confuso dei bambini che correvano sulla strada a rincorrere un semplice giocatolo di legno. Da lontano… il richiamo del venditore ambulante imboniva la gente invitandola a comprare la sua “preziosa” mercanzia. Io… popolano di quel tempo, passeggiavo lungo le vie del centro per scostarmi radente i muri al comando secco dei cavalieri che pattugliavano la città. Spettatore attento, resto affascinato allo scorrere del tempo che a ogni rievocazione sembra tornare intatto a quelle atmosfere. Lo vivo comunque con intensità e partecipazione, grazie ai racconti degli zii e cugini che intervenivano come figuranti a questa festa. Allora rinnovo il luccichio nei miei occhi rubando il loro. Vivo la mia parte di medioevo cittadino anche nel perimetro del mio letto.

Lettura 6
Notte da lupi

Era una notte da lupi, nessuno passeggiava per le strade, il cielo era cupo ed annunciava tempesta.

Nei vicoli le prostitute battevano con fare provocante i marciapiedi di mezza città.

Il freddo, agli angoli delle strade, attanagliava i barboni che si trascinavano nel tentativo di trovare un rifugio dove sopravvivere ad un’altra notte fredda e solitaria, una notte da lupi come quella.

Lo sguardo oscuro del cielo si stagliava sopra la mia testa e le luci del neon creavano un’atmosfera sonnolenta e falsa. Passeggiavo tutte le notti nel quartiere delle puttane e, tutte le sere, facevo gli stessi, identici pensieri.

Era appena iniziato a piovere e l’acqua scendeva lungo la felpa che si attaccava al mio petto.

Non so cosa cercassi, ma avevo la stessa identica la sensazione. Avrei trovato quel che mi serviva. Iniziai a correre alla ricerca di un riparo, mentre la pioggia si faceva più forte. Lo trovai.

Una pensilina del tram, di quelle che hanno incorporata una piccola panchina. Mi sedetti e fu allora che la vidi. Era sotto la pioggia, all’angolo della strada, l’acqua le scendeva sul viso scivolando sul suo bellissimo seno.

Aveva i capelli rossi e, sotto la pioggia, i riflessi delle macchine la rendevano stupenda. Nei bellissimi occhi azzurri ti ci perdevi come un bambino si perde negli occhi della mamma. Il solo guardarla mi dava una sensazione di effimera felicità e un irrefrenabile desiderio di parlarle.

Ad un tratto la ragazza si accasciò, come colpita.

Mi precipitai da lei e le toccai la fronte, aveva la febbre. Buttai un’occhiata ai suoi seni prorompenti, ma poi incrociai quegli occhi stupendi nei quali mi persi in un istante.

Chiamai l’ambulanza, che arrivò velocemente.

Le sirene ferivano l’aria strappando brandelli di notte in un rumore assordante. Insistetti per accompagnarla e mi fu concesso. Rimasi tutta la notte con lei.

Si svegliò alle sette di mattina, il sole baciava la sua pelle candida. Mi disse che si chiamava Misa e che aveva diciassette anni.

Dovevo andare a lavoro, la rassicurai dicendole che sarei tornato il giorno dopo e quello dopo ancora. Non mi ero accorto di niente.

Era una mattina calda.

Fabio Liverotti

Lettura 7
Lacrime

Cade anche l’ultimo mattone.

La mia desolazione atterra ogni reazione. Gli aerei hanno bombardato anche casa mia; posso sentire tutta l’amarezza della guerra, ora che hanno distrutto la mia sicurezza.

Anche il giardino, dove giocavo da bambino, è squarciato da una voragine. E i pezzi della bomba riposano nel centro del cratere, come cercassero di nascondersi dalla verità.

Anche dentro casa mia dormono… lei… a guardarla sembra sorrida ancora, si ostina a consolarmi; proprio ora che la gola stringe e il dolore è insopportabile. Vorrei fermare tutto; e dormire anch’io.

Nei miei pensieri più profondi ho sempre cercato di immaginare l’amore come un viaggio a due, in cui i sentimenti e gli sguardi dell’altro sarebbero stati gli ultimi baluardi, contro un mondo che crolla intorno a noi… ma se restiamo soli? Se tutto quello in cui avevamo sognato, creduto e ciò in cui ci siamo rifugiati, fosse un falso castello di carta?

Cammino a passi lenti, sotto un sole bugiardo; c’è un’infinita campagna aperta davanti ai miei occhi appannati Il mio amore è morto e forse io con lei. Come la prima volta, lei dorme di nuovo tra le mie braccia, attraversando i campi biondi e immensi, dove abbiamo vissuto la nostra dolce e folle passione.

Lascio alla terra il mio sogno più bello, presto sono certo sarò pronto a riabbracciarlo. Perché la nostra vita è un soffio, il più bello dei sospiri che si spegnerà, senza chiedere il permesso.

Alessio Tartari

Lettura 8
Storia di una macchina fotografica

A casa di mia nonna amavo aprire una credenza e tirare fuori gli oggetti che le erano appartenuti; uno di questi mi attraeva in modo particolare. Era una macchina fotografica che un giovane partigiano le aveva regalato durante il tragico periodo della seconda guerra mondiale.

Il partigiano si chiamava Francesco Cecchi, aveva diciotto anni ed era originario di Jesi.

Francesco ed altri suoi compagni erano rifugiati sulle montagne nei pressi del paesino di Precicchie, dove abitava mia nonna da ragazza.

Il giovane partigiano passava spesso a casa di mia nonna, la quale assieme alla famiglia cercava in qualche maniera di sfamarlo. I giorni passavano e Francesco frequentava sempre più spesso quella casa, corteggiando delicatamente mia nonna, che era una bellissima ragazza.

Un giorno, si presentò a casa sua insieme ai suoi compagni, tutti giovanissimi, e le regalò l’unica cosa di valore che possedeva: una macchina fotografica di marca tedesca.

Mia nonna, più che contenta, rimase spaventata, tanto che la nascose in una buca scavata sotto il pavimento.

La macchina era sicuramente appartenuta ad un soldato tedesco; anche a Precicchie c’erano i tedeschi e la vista di quella macchina fotografica poteva causare qualche tragedia su chi la possedeva.

E’ stato l’ultimo giorno che mia nonna vide Francesco ed i suoi compagni. Passarono tanti giorni e non si aveva nessuna notizia né di Francesco, né dei suoi compagni.

Intanto i tedeschi facevano saltare tutti i ponti, anche a Precicchie e dintorni. Poi purtroppo arrivò una tragica notizia: Francesco ed i suoi amici, traditi da una donna, furono prelevati dalle loro abitazioni, portati in campagna e fatta scavare loro una buca, furono fucilati sul posto.

Quella buca divenne la loro tomba.

Si dovette aspettare la fine della guerra per dare a Francesco ed agli altri una degna sepoltura.

Mia nonna partecipò ai funerali e in quella situazione triste conobbe la mamma di Francesco, che vestita di nero, piangeva, distrutta dal dolore.

Quando tengo tra le mani quella macchina fotografica rivivo questa storia, rivedo mia nonna ancora ragazza guardare un giovane eroe mentre gliela porge con lo sguardo innamorato… senza sapere che da lì a qualche giorno, a soli diciotto anni, sarebbe morto tragicamente.

Edoardo Cardinali